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Reverse charge, guida alle sanzioni per le violazioni IVA




Una guida per i commercialisti sul trattamento sanzionatorio delle violazioni Iva in regime di inversione contabile. Lo ha messo a punto la Fondazione nazionale dei commercialisti, in un documento a cura di Viviana Capozzi e Martina Manfredonia, che fa il punto sulle novità normative e sulle ragioni che hanno determinato l’intervento riformatore. Nel dettaglio, la riforma delle sanzioni amministrative tributarie è contenuta nel D.Lgs n. 158 del 2015, e risponde all’esigenza di conformare la disciplina nazionale ai principi comunitari di riferimento. Prima dell’entrata in vigore della riforma, infatti, le sanzioni operanti con riferimento alle violazioni commesse in regime IVA di inversione contabile (o reverse charge), si legge nel documento, si mostravano spesso sproporzionate rispetto alla gravità dell’infrazione, considerato che eventuali irregolarità negli adempimenti previsti non possono determinare alcuna sottrazione di materia imponibile ai danni dell’Erario. Il regime contabile è stato pensato dal legislatore europeo proprio per contrastare i fenomeni elusivi o evasivi riscontrabili in determinate tipologie di operazioni. L’idea è stata quindi spostare gli obblighi inerenti il versamento dell’imposta dal cedente al cessionario, per assicurarsi l’effettivo versamento dell’imposta. Prima della riforma del 2015, sottolineano gli autori, le violazioni commesse in relazione a tali operazioni scontavano le medesime sanzioni applicabili in regime IVA ordinario e, quindi, un trattamento sanzionatorio del tutto inadeguato rispetto al minor disvalore connaturato a questa fattispecie. Basta penare al cessionario o committente che, effettuando acquisti di beni o servizi soggetti al reverse charge, esegua tardivamente o non esegua gli adempimenti posti a suo carico. In questo caso, spigano gli autori, il mancato adempimento degli obblighi determinava l’applicazione della sanzione di cui all’art. 6, comma 9-bis, del D.Lgs. n. 471 del 1997 (ossia dal 100% al 200% dell’imposta, con un minimo di 258,00 euro), nonché il disconoscimento del diritto alla detrazione dell’IVA pagata sugli acquisti (ex art. 21, comma 7, del d.P.R. n. 633 del 1972). In tal modo, l’Amministrazione finanziaria finiva per chiedere al contribuente il pagamento di un importo che, a seconda dei casi, poteva vedere raddoppiato o, addirittura, triplicato l’ammontare dell’imposta dovuta e che, di fatto, determinava la disapplicazione del principio di neutralità dell’IVA. La Corte di giustizia Ue ha però censurato più volte la legittimità di simili sanzioni, per incompatibilità sia con il principio di proporzionalità, sia con quello di neutralità dell’IVA. Anche la Corte di Cassazione si è pronunciata in più occasioni sul corretto trattamento sanzionatorio delle violazioni inerenti operazioni soggette al regime IVA di inversione contabile, seppure con due orientamenti contrastanti: un primo filone, contrario agli indirizzi della Corte di Giustizia, ha sostenuto la natura sostanziale e non meramente formale degli obblighi connessi all’applicazione del meccanismo di inversione contabile, ritenendo quindi legittime sia le sanzioni di cui al vecchio art. 6, comma 9-bis del D.Lgs. n. 471 del 1992, sia il disconoscimento del diritto alla detrazione dell’IVA, di cui al comma 7 dell’art. 21 del d.P.R. n. 633 del 1972. In senso opposto si è pronunciata altra parte della giurisprudenza nazionale, che, uniformandosi ai principi espressi dai Giudici Ue, ha riconosciuto la natura solo formale degli obblighi previsti in materia di inversione contabile e la conseguente necessità di prevedere per queste violazioni una sanzione proporzionata alla gravità dell’infrazione commessa. La riforma modifica in primo luogo il regime relativo alla “sanzione impropria” di cui all’art. 21, comma 7, del d.P.R. n. 633 del 1972 in tema di operazioni inesistenti, limitando la prescrizione alle sole violazioni commesse in esecuzione di operazioni IVA soggette al regime ordinario. Individuando come unico debitore di imposta il cedente/prestatore, spiegano gli autori, si escludono tutte le operazioni soggette al meccanismo dell’inversione contabile, alle cui violazioni si applicano unicamente le sanzioni proprie di questo regime. Inoltre, la riforma è intervenuta modificando il comma 9-bis dell’art. 6 del D.Lgs. n. 471 del 1997 e introducendo i nuovi commi 9-bis.1, 9-bis.2 e 9-bis.3. Nel dettaglio, viene introdotta una gradazione delle sanzioni commisurata all’effettivo pregiudizio subito dall’Erario e all’effettiva gravità delle violazioni commesse, nel rispetto del più volte citato principio di proporzionalità. Sono individuate infatti diverse sanzioni applicabili alle operazioni che ricadono nel meccanismo di inversione contabile, a seconda della tipologia di violazione commessa. Il documento della Fondazione analizza infine il ravvedimento operoso delle violazioni commesse. Il documento della Fondazione nazionale commercialisti "Le violazioni IVA in regime di inversione contabile (o reverse charge)" è disponibile al seguente LINK  Gabriele Ventura @gabrivent

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